Nella città di Gesù

Una vigilia di depressione e profonda crisi a Betlemme. I popoli di Dio continuano ad odiarsi

24 dicembre 2003
Betlemme si prepara a vivere il suo terzo Natale consecutivo di depressione e profonda crisi economica: la città dove - secondo la tradizione cristiana - vide la luce Gesù, deve fare i conti con livelli di disoccupazione mai toccati negli ultimi anni, mentre le prospettive di miglioramento della situazione rimangono molto limitate.
''Ormai, abbiamo raggiunto il limite minimo. Oltre quello, c'è solo la chiusura di tutti i negozi e alberghi che da tre anni cercano di resistere e di non mollare'', dice all'Ansa Maryam Canavati, proprietaria di una delle botteghe artigiane di souvenir più conosciute di Betlemme.
A poche decine di metri dalle vetrine della signora Canavati, ci sono la Chiesa della Natività e la Piazza della Mangiatoia dove, poco più di tre anni fa, papa Giovanni Paolo II officiò una delle più toccanti funzioni religiose che segnarono la sua visita in Terra Santa, durante il Giubileo.

Allora, Betlemme stava vivendo una fase di ampia crescita economica. In occasione dell'Anno Santo, vennero aperti nuovi negozi e ristoranti e costruiti numerosi hotel. Ma oggi quei ristoranti sono in gran parte chiusi e le camere d'albergo vuote oppure occupate da palestinesi dei vicini villaggi di Beit Jala e Beit Sahur che hanno perduto la casa nel conflitto con gli israeliani.
Il sindaco di Betlemme, Hanna Nasser, un cristiano, non ha dubbi sulle cause della crisi. ''La colpa è dell'assedio israeliano alla città che tiene lontani turisti e pellegrini, la fonte di reddito per gran parte delle famiglie di Betlemme'', ha dichiarato pochi giorni fa.
''Il mese scorso - ha aggiunto Nasser - sono entrati a Betlemme soltanto 5.000 turisti contro i 120.000 del 2000 (prima dello scoppio della seconda Intifada, ndr). Il 60 per cento dei miei concittadini non ha un lavoro e sopravvive grazie agli aiuti messi a disposizione da associazioni caritatevoli e dalle Chiese''.

Il sindaco ha puntato l'indice anche contro la ''barriera di sicurezza'' (o ''muro dell'apartheid'', per i palestinesi) in costruzione tra Israele e la Cisgiordania. ''A causa del muro, almeno 175 famiglie di Betlemme si ritroveranno completamente isolate dal resto della citta' '', ha avvertito.
Proteste giungono anche da ambienti religiosi cristiani. Preti e suore denunciano da tempo restrizioni ai loro movimenti.
Il reverendo Alex Awad, pastore della Chiesa Battista di Gerusalemme, ha inviato una lettera aperta al premier israeliano Ariel Sharon per esortarlo a revocare il blocco della città.
''Tutte le volte che raggiungo i posti di blocco israeliani, mi domando se i soldati mi faranno passare. Non riesco a capire come frati, preti e suore possano mettere a rischio la sicurezza dello Stato di Israele'', ha scritto Awad.

A pochi giorni dal Natale, la depressione regna dunque a Betlemme, e in questo clima le autorità locali hanno deciso anche quest'anno di limitare al minimo i festeggiamenti pubblici e di dare spazio solo ai riti religiosi cristiani.
Come sempre, gli appuntamenti più importanti sono quelli del 24 dicembre, con l'ingresso in città del Patriarca cattolico Michel Sabah e, a mezzanotte, con la tradizionale messa di Natale a cui, ancora una volta, non potra' tuttavia prendere parte il presidente palestinese Yasser Arafat, confinato a Ramallah dal 3 dicembre 2001.
''L'ho invitato personalmente ad assistere alle celebrazioni ma già so che Israele non gli consentirà di raggiungere la nostra città'', si è lamentato il sindaco Nasser.

Fonte: Ansa

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24 dicembre 2003

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