Crea gratis la tua vetrina su Guidasicilia

Acquisti in città

Offerte, affari del giorno, imprese e professionisti, tutti della tua città

vai a Shopping
vai a Magazine

Quei suicidi a Ragusa...

Aperta un'inchiesta della Procura di Ragusa, per il suicidio di tre ragazzi che frequentavano la stessa scuola

11 maggio 2005

E' la peggiore età quella adolescenziale. Certo, lo è per gli adolescenti, perché è in quella età che gli esseri umani escono dal fantastico ''cielo'' dell'infanzia ed entrano nei ''gironi'' della vita reale, dove un maggiore attrito rende meno fluidi i movimenti del corpo e della mente, e dove i significati iniziano a scolpirsi duri come nella pietra viva.
Avere 13 anni e cominciare a sentire greve il moto della coscienza, le mille effimere sfaccettature della verità, sentire il senso della giustizia e del suo contrario, iniziare a comprendere la problematicità della vita.
E' tutto molto più difficile a 13 anni. Poi si scoprirà che non è così, ma lo si scoprirà dopo, e a tredici anni la vita è tutta nel presente.

L'otto febbraio scorso Marco si è suicidato. Aveva 13 anni e frequentava la terza media. A scuola era uno che andava bene e nella sua famiglia la situazione era tutt'altro che negativa. Suo papà fa l'ingegnere elettronico e la sua mamma è orientale. Marco a scuola, però, non sopportava  essere chiamato ''il cinese'', e quando qualcuno dei suoi compagni più grandi lo facevano, provava un grande senso di umiliazione e si sentiva discriminato.

Il quindici aprile scorso invece è stato Damiano a farla finita. Anche lui tredicenne e bravo a scuola. Damiano era altissimo per la sua età, era alto 1,91. ''Era un gigante buono'', ricorda Alessandro Vicari, responsabile della squadra giovanile di basket dove Damiano giocava con successo. Era buono e sensibile Damiano. Ma se per giocare a basket la sua altezza era ottima, così non era per vivere tranquillo, e camminare per i corridoi della scuola significava inevitabilmente essere preso di mira, essere canzonato, essere umiliato.
Eppure Damiano sembrava tanto tranquillo. I suoi compagni lo ricordano come uno per niente ''debole'', uno che non ci si aspetterebbe mai e poi mai potesse fare una cosa del genere, e invece... 

Marco e Damiano, descritti così possono avere in comune tanto oppure niente, ma una cosa in comune di sicuro ce l'avevano, entrambi frequentavano la scuola media ''Salvatore Quasimodo'' di Ragusa, in contrada Pianetti, una delle zone residenziali più esclusive del capoluogo di provincia.
Era il 1997 quando nella stessa scuola, ad uccidersi fu un ragazzo di seconda media. Anche lui era molto bravo a scuola, ma apparteneva a una famiglia di contadini ed era preso di mira per ''l'odore di campagna''. Chissà quante volte glielo hanno detto e ripetuto, chissà quante volte ha maledetto la sua famiglia, chissà quante volte non ha capito perché doveva essere lui l'oggetto della cattiveria altrui.

A tredici anni, loro hanno creduto che togliersi la vita sarebbe stata l'unica via per non sentirsi quotidianamente umiliati, e involontariamente hanno alzato il sipario dietro il quale si nasconde una drammatica realtà. Una realtà vissuta da tanti ragazzini vittime ogni giorno della cattiveria dei ''bulli'', i ragazzi più grandi che in Sicilia si chiamano ''sperti'' e che riescono a instaurare un clima di terrore tale  che qualcuno proprio non riesce a sopportare.
I tre casi hanno portato all'apertura di un'inchiesta. L'ipotesi di reato è istigazione al suicidio.
Il pm ragusano, Monica Monego, precisa che si tratta solo di un atto dovuto ma il caso è scoppiato e la parola ''bullismo'', prima taciuta, adesso è liberamente pronunciata.
Un'ipotesi, quella del bullismo, che sembra confermata da un altro episodio successo alla ''Quasimodo'', per fortuna senza tragico finale. Uno studente, qualche settimana fa, infatti, ha subito la frattura del setto nasale per un pugno ricevuto a scuola da un alunno più grande. Dinanzi al referto contenente una prognosi di trenta giorni la polizia ha chiamato la madre che aveva inizialmente dichiarato che il figlio era caduto.
Poi è risultato che non era vero: un caso di reticenza che gli inquirenti ritengono il segno del clima pesante all'interno della scuola.
Sì perché il viziaccio dell'omertà in Sicilia proprio non vogliono toglierselo, nessuno denuncia apertamente le angherie dei più grandi nei confronti dei più piccoli. E come spesso accade in Sicilia, il silenzio e la rassegnazione sembrano prevalere sulla denuncia.
E così, i giovani ''sperti'' della provincia che Sciascia chiamava ''babba'' - che in siciliano vuole indicare una provincia senza malizie e senza cattiveria -, sembra vogliano riscattare il nome irrispettoso dato dallo scrittore, eliminando i ramoscelli più deboli. 

Scoppiato ''il caso'', sono scoppiate pure le polemiche. Polemiche gravi tutte a carico del dirigente scolastico, Giuseppina Varcadipane, che ha sempre sostenuto che i tragici eventi siano dei casi isolati la cui spiegazione può essere la più disparata e ''non necessariamente riconducibile all'ambiente scolastico''.
Intanto, però, alla ''Quasimodo ''sono arrivati gli psicologi per aiutare i ragazzi in difficoltà e da qualche tempo è stato anche avviato un corso per aiutare gli insegnanti a capire quando i ragazzi hanno paura.
Dopo l'ultimo episodio per diversi giorni numerosi alunni non sono tornati in classe, e una cinquantina di famiglie hanno chiesto la revoca della preiscrizione.

Condividi, commenta, parla ai tuoi amici.

11 maggio 2005
Caricamento commenti in corso...

Ti potrebbero interessare anche

Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia
Registra la tua azienda su Guidasicilia